Notte della Befana

“Vi dico che è comparsa dal nulla, alle mie spalle, proprio l’altro ieri mattina, mentra tagliavo legna nel bosco!” cominciava lo zio, riproponendo l’usato incipit delle sere del 5 Gennaio.

“Chi?” lo interrogava mio fratello con gli occhi sgranati, già dimentico di avere ascoltato quella stessa identica storia ogni inverno della sua vita.

Una femmina… una femmina de su cabu ‘e susu”(1).

“Com’era vestita?” chiedevo allertandomi a mia volta.

Commente su crobu(2). Dalla testa ai piedi. Il fazzoletto, la camicia e la lunga gonna erano neri: nero era pure lo scialle che l’avvolgeva tutta”.

“Portava qualcosa?”.

“Un fagotto. Un  fagotto caricato sulla gobba, ma di più non saprei”.

“Avrà pur detto parola?”.

“Si è informata sulla strada per il paese”.

“E tu?”

“Gliel’ho indicata” l’uomo scrollava le spalle come a scacciare un pensiero molesto.

“E lei cosa ha fatto?”

“Ha chinato il capo quasi a volermi ringraziare e poi si è allontanata lungo il sentiero”.

“Hai detto che aveva la gobba?” mio fratello soleva ritornare su alcuni punti portanti dopo averli meditati a lungo.

“Proprio così!”

“Epperò il viso? Com’era il viso?”

“Non mi è riuscito di scorgerlo bene. Il fazzoletto le copriva quasi interamente la faccia, tranne per il naso che ne sbucava in mezzo lungo e adunco. Che io sia dannato se non si è trattato del naso più importante che abbia mai visto in vita mia!”.

Simili considerazioni venivano spesso accompagnate da un silenzio grave. Nella vecchia stanzetta si udiva solamente il crepitare del fuoco ed il sibilo del vento che giocava sullo stradone imbiancato.

“Ma zio, la vecchia DEVE avere detto qualcosa?” ribattevo indispettita dalla miseria del dettaglio.

“Non a me!” si impuntava lui.

“Tu chi pensi che fosse?” l’indifferenza con cui avevo formulato la domanda mal si consolava con l’urgenza-di-sapere che mio malgrado faticavo a nascondere.

“Non saprei…” ribatteva stonato facendo punto di non sbilanciarsi troppo.

“Ma un’idea… almeno un’idea te la sarai fatta?”

“Non posso negare di essere rimasto sorpreso: che ci faceva una donna così anziana nel bosco, a quell’ora del mattino e con la tempesta che aveva ululato tutta la notte?”

“Dico anche io! Proprio non hai pensiero di cosa contenesse il suo fagotto?” di solito non mi arrendevo facilmente.

“Non il più pallido e vi assicuro che se  foste stati lì con me ci avreste pensato due volte pure voi prima di fare domande…” ammoniva.

Quando, molto tempo dopo, la discussione entrava nel vivo, finanche gli altri ospiti ci tenevano a dire la loro.

Certo, non si poteva escludere che la signora di nero vestita potesse essere stata proprio la Befana: ma come mai si era presentata con tanto anticipo?

La zia favoriva l’idea di una missione esplorativa in vista del lavoro che l’attendeva proprio quella notte.

“Tanto più che un simile fardello non potrebbe contenere doni per tutti!”  rimarcava convinta.

Su questo fondamentale punto ritenevamo potesse avere ragione.

“A meno che, quest’anno, i doni non siano solamente cenere e carbone?” suggeriva immancabilmente qualcuno nel gruppo, dando corpo alle nostre più segrete paure.

“Sì, vuoi vedere che la Befana porta solo cenere e carbone!!” gridavamo all’unisono noi bambini. L’uscita era sempre sprezzante ma, ad un tempo, non mancavamo di scrutare con attenzione gli astanti negli occhi onde trovare conforto nel diniego di una simile impossibilità.

Controvoglia, costoro si vedevano infine costretti a venire a patti con le sottigliezze della nostra logica più stringente: se anche noi due non eravamo stati tanto bravi da meritare di essere premiati dalla Befana, almeno un bambino buono in tutto il paese c’era stato sicuramente! Non era dunque concepibile che la bizzarra vecchina portasse sulle spalle solo cenere e carbone, o no? Non era concepibile, ma la coscienza, tutt’altro che specchiata rispetto alle richieste e alle molte piccole commissioni affidateci dai genitori nel corso del lungo anno appena trascorso, non ci lasciava del tutto tranquilli.

Era dunque con un certo batticuore che, partiti gli altri parenti, e prima di andare a letto, sistemavamo gli scarponi dello zio nei punti strategici del caminetto. Non mancavano neppure i dubbi e le preoccupazioni:

ma non sarebbe meglio spegnere la brace affinché la vecchia non prenda fuoco?

E se non dovesse riuscire ad orientarsi bene nella stanza buia?

Lasciamo anche le scarpe del nonno?

La cappa del camino sarà larga abbastanza?

Le domande si susseguivano alle domande e le perplessità alle perplessità in quelle magiche serate da ricordare, fino a che, esausti e stanchi, ci addormentavamo nel grembo della mamma o della zia. La mattina successiva tornavamo di corsa a casa della nonna pronti a scartare pacchi e pacchetti. La Befana regalava sempre qualche giocattolo, qualche quaderno, enormi e coloratissime arance di Muravera, insieme a tante altre fantastiche storie.  In fondo al vecchio scarpone non mancava mai un pacchettino avvolto con carta di giornale-quotidiano (come a dire che finanche a quei tempi la Stampa-schierata non messaggiava mai buone nuove!) che conteneva cenere e carbone. Quel tanto che bastava!

Sono momenti, ricordi, di una festa molto cara che vivevo tanto tempo fa. Mi circondano adesso quali fantasmi benigni ma impossibili da catturare. Come i volti vissuti e bellissimi di coloro che animavano quelle serate indimenticabili, colorando di tinte fatate le mie giornate più giovani. Sono momenti, ricordi che da quel tempo in poi vivono in me e sono diventati la mia parte migliore. Moriranno con me.

________________________________________

1.  Una donna. Una donna del Capo-di-Sù (e.g del Nord della Sardegna).

2.  Come il corvo

 Rina Brundu

06/01/2011

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6 commenti su “Notte della Befana”

  1. 5 gennaio 2011 a 21:33 #

    Bella idea per la Befana… bell’articolo e servizio Complimenti!!!
    Il contributo di NotitiAE per la Befana al link:

    http://notitiae.wordpress.com/2011/01/05/la-befana/

  2. franco luceri
    6 gennaio 2012 a 09:53 #

    Il patrimonio di sensibilità e di amore di cui facciamo sfoggio per tutta la vita, lo abbiamo assorbito come spugne nell’habitat della famiglia. Tu cara Rina, ne avrai fatto incetta a livello industriale, per raggiungere la concentrazione di dolcezza di un babà. E io che sono rimasto ghiotto come un bambino, con te rischio di ammalarmi di diabete. E non mi dire che ti sto facendo piangere pure questa volta se no smetto di poetare alla franco luceri come un elefante in una cristalleria.
    P.S. Se ti avanzano carboni per l’arrosto mandali a me. Ciao

  3. 6 gennaio 2012 a 12:33 #

    Per quanto ricordo Franco non mi hai mai fatto piangere…. e spero che non accada (ma ne dubito proprio perche’ il tempo delle lacrime e’ finito da un pezzo, purtroppo!). Cosi come e’ sicuro che questo patrimonio di cui parli, adesso come non mai, e per quanto sia ridondante dirlo… appartiene al passato. O, per chiarire meglio, e’ morto. Io tendo a guardare solo verso il futuro. Sempre. Questo era solo un pezzo vintage buono ogni anno…. poi invece parliamo di crisi in Irlanda e stasera torniamo al discorso che avevamo interrotto….

  4. 6 gennaio 2012 a 13:59 #

    Ma sai, Rina, se non ci sono ricordi, giovane e meno giovane, non c’è futuro. D’accordo che quello sulla Befana è annuale, ma è disincantato, vero, ti porta, e non sole te, a quando eri bambina, assieme a noi, di età avanzata, che le notti della Befana, per molti, erano le notti delle streghe travestite da Befane, proprio per quei doni, cenere e carbone, che potevano portarci.
    La Befana fa parte del nostro essere, per mille motivi, anche se tu dici di guardare al futuro, giustamente. Una Befana ci sarà sempre, dipende da noi, dalle future generazioni, cosa le attribuiranno di combinare, visto i tempi cui andiamo incontro.
    Le dolcezze, di cui Franco Luceri è ghiotto, ci saranno e come!, l’importante è non farne indigestione, a parte il diabete.
    Abbracci ad entrambi

    gavino

  5. 6 gennaio 2012 a 17:49 #

    Non ho mai amato le feste “consacrate”, mai sentito il fascino manco del Natale. Ma la Befana era ed è anche oggi diversa. Intanto perché come giustamente sottolinei tu Gavino vi è in questa sua figura di bellissima strega una fascinazione notevole. Anche un simbolo femminile e femminista d’antan se vuoi. Un simbolo d’intelligenza e di libertà, liberato da tutte le velleità dogmatiche. Puro nella sua ancestralità. Personalmente poi è diventata, nel tempo, il simbolo della mia infanzia dorata cullata dalle storie della nonna, dello zio, di quando vive a contatto con un mondo fantastico e purtroppo al tramonto che io però, rivedo oggi esattamente come è stato. E che non potrò dimenticare mai. Ripeto, vive con me. Morirà con me. Come ogni altro periodo della mia vita. E i periodi della mia vita non sono stati pochi. Di sicuro abbastanza da riempire 7 vite normali. Appunto.

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