
Contro i forzati della Politica da Baraccone ed altri particolari minimi…
Oggi ho comprato una bandiera. Verde, bianca e rossa. L’unica bandiera che per me abbia un qualche significato.
Dicevo che oggi ho comprato una bandiera. L’ho preferita al fantozziano kit-del-tifoso, così assemblato et composto: bandierina tricolore, capellino con gagliardetto frontale, trombetta stile wuwuzela-de-noiartri. Mi pareva una esagerazione! Del resto, non sono poche le questioni che oggidì mi paiono una “esagerazione”. Per esempio, mi pare una esagerazione questo gufare contro la nazionale italiana (e dunque contro l’Italia) a tutti i costi, mi pare un’esagerazione lo strombazzare del “Va pensiero” ad ogni manifestazione pubblica con telecamere annesse e connesse, e mi pare una esagerazione la continuata allusione all’esistenza di fantomatici stati o staterelli – che non siano le enclaves storicamente conosciute - all’interno dei confini italiani.
Guardiamo, per esempio, dentro le questioni che pone il già citato utilizzo per fini “politici” del celeberrimo coro verdiano. È noto che, quando questo “coro degli ebrei” fu presentato, intorno alla metà del XIX secolo, fu considerato una sorta di metafora rappresentante la condizione degli Italiani sotto il dominio austriaco. Per quanto mi risulta inoltre, Verdi fu sempre un patriota convinto. E, seppure disilluso in qualche circostanza, dubito che, quale membro del primo parlamento del Regno d’Italia, avrebbe gradito un utilizzo-politico della sua Arte che non fosse orientato verso gli ideali risorgimentali – e dunque di unità nazionale – che tanto avevano acceso il suo cuore.
Ideale risorgimentale per ideale risorgimentale, non vi sono dubbi che l’unico “inno nazionale” che occorrerebbe considerare sul territorio della Repubblica, dovrebbe essere Il Canto degli Italiani, ovvero quel Fratelli d’Italia scritto da Goffredo Mameli nel 1847 e musicato da Michele Novaro. Per tutta una serie di ragioni. Non ultima, la sua storia travagliata. Storia tormentata che, ancora oggi, lo vuole “inno provvisorio” sin dal lontano 12 Ottobre 1946! Altra dimostrazione lampante di come, in Italia, nulla sia più definitivo del provvisorio.
Ma, a rendermelo davvero “gradito”, sono le mille accuse di cui fu fatto target nel corso della sua storia. A cominciare d quella di essere inno eversivo (motivata dalle simpatie repubblicane e anti-monarchiche dell’autore!). Inutile dire che, una simile colpa, nel Paese del tengo-famiglia e dell’Arte piegata alle “voglie” del Protettore di turno, non può che diventare titolo di merito. Anche il suo essere considerato “marcetta” invisa ai raffinati “palati musicali” dell’establishment culturale, lo rende “attraente” di suo. Mi avrebbe preoccupato altrimenti!
Non so quanto quest’inno, e insieme ad esso il tricolore di-cui-sopra, abbiano rappresentato l’Italia del dopoguerra. Di sicuro, hanno ben rappresentato l’Italia della mia generazione. L’Italia del boom anni ’80. L’Italia degli scandali continuati della decade successiva. L’Italia di questi tempi digitali. E non solo li hanno rappresentati e li rappresentano ma, a modo loro, sono gli unici elementi che danno ancora certezza del nostro esistere come nazione. Come una grande nazione. Specialmente alla luce delle spinte pseudo-separatiste che continuano – e non dovrebbero – a dilaniarla. Dico “pseudo” perché, se è vero che in Italia nulla è più definitivo del provvisorio, è anche vero che nulla è più frivolo del serio.
Muoviamo oltre. Dati studi indicano che a modellare la nostra mente concorrano soprattutto due fattori: la lingua e la religione. Per questi e per altri motivi faccio fatica a comprendere le “illuminazioni sulla via di Damasco” di coloro che lasciano le “limitate dinamiche puritane” delle religioni occidentali, per inseguire improbabili verità trascendentali propugnate dai sai-baba di questo mondo. In simil guisa, poco mi convincono le argomentazione di chi vuole risolvere le problematiche dei popoli, attraverso la disgregazione della loro esistenza come entità formale.
Senza considerare che se non è facile per un nato cristiano, mussulmano, ebreo o quant’altro, dimenticare miti e riti che lo hanno formato e cresciuto, non credo sia neppure facile dimenticare il sostrato culturale di appartenenza. Nel caso specifico, non credo sia affatto facile dimenticare di essere nati Italiani. Italiani, infatti, si nasce, così come Inglesi si diventa. I sudditi di Sua Maestà diventano tali nelle loro scuole, nelle loro università. Nell’imprint severo e modellante che ricevono in ciascuno di questi centri educativi. Un imprint che non lascia via di scampo, meno che meno una via di fuga mentale. Un imprint immutato e immutabile nei secoli dei secoli come il taglio ed il colore della divisa che i suddetti sudditi gioco-forza debbono indossare.
Nessuno, al contrario, ci insegna ad essere Italiani. Non esiste scuola che potrebbe accollarsi un simile improbo compito. Fortuna, appunto, che noi nasciamo tali! Con tutto il bene e con tutto il male che può derivarne da una simile conclamata condizione. Benito Mussolini ebbe a dire che “governare gli Italiani non è impossibile, ma è inutile”! Forse. Di sicuro però, alla Politica che si assume l’onere di portare a casa questo difficile risultato, chiediamo di farlo con una data serietà di metodo. Preferibilmente evitando le esagerazioni da “baraccone”. Senza considerare che il suo tavolo – in questi tempi che non sono solo tempi-da-mondiali-di-calcio, ma che sono e restano soprattutto tempi-di-crisi – non è certamente sgombro di problematiche da affrontare.
Dicevo che oggi ho comprato una bandiera. Verde, bianca e rossa. L’unica bandiera che per me abbia un qualche significato…
Rina Brundu
23/06/2010
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Nell’articolo mappa che mostra la diffusione del calcio nel mondo. I paesi nei quali il calcio è lo sport più popolare sono in verde, mentre quelli dove non lo è in rosso. Le varie tonalità di colore indicano il numero di praticanti ogni 1.000 abitanti (fonte Wikipedia-Italia).

























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